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L'edificio di Domu 'e Urxìa è collocato a quota 978 metri sul livello del mare, in prossimità di una vecchia pista per il bestiame in transumanza, all'incrocio del tratturo verso il salto di Cuccurueddi, in una zona di alti pascoli apprezzati dai pastori e caratterizzati dall'intenso profumo di timo (armidda). Non lontano dalla costruzione, sulla giogaia e sulle pendici del Monte Santa Vittoria, su un'area di alcuni ettari ci sono inoltre le rovine di un notevole villaggio nuragico di capanne a pianta circolare, comprese entro uno spazio in parte racchiuso da mura ciclopiche, un nuraghe, un curioso recinto megalitico , un pozzo sacro nella fonte di Monti 'e Nuxi, famoso per le sue acque freschissime. La zona era pertanto abitata dai Nuragici fin dalla più remota antichità e già frequentata tra il secondo e il primo millennio avanti Cristo. Il tempio rettangolare ha la pianta a forma di rettangolo allungato ed è costruito con enormi massi di pietra di schisto cristallino grigiastro, detto nella parlata locale "perda zippòrra", forse perchè si tratta dello stesso materiale un tempo adoperato per cippi onorari e funerari, oltre che per la copertura di ponticelli e di abitacoli rustici.
I blocchi non squadrati sono disposti a filari regolari, senza impiego di alcuna malta cementizia, secondo la tecnica architettonica megalitica e formano una struttura a parallelepipedo restringentesi verso l'alto, con le fiancate maggiori allungate per costruire due absidi rettangolari aperte sulla facciata anteriore all'ingresso e sulla parte tergale, quindi doppiamente in antis. L'edificio a mègaron, in antis, è racchiuso da un recinto ellittico che ha il diametro massimo di m. 48,50 e quello minimo di m 28, con una distanza di 7 metri dall'ingresso a Sud, di m 19 dalla parte tergale a Nord, di m 14 dalla fiancata orientale a di m 12,50 da quella occidentale. Il tempio propriamente detto ha un vestibolo a Sud delle dimensioni di m 5,15 x 5; la sala principale al centro di m.8 x 5,15; la stanza minore a nord, simile al Sancta Sanctorum dell'architettura sacra protostorica, m 3,55 x 5,15; il vestibolo tergale misura m 2,50 x 5. L'inclinazione degli accessi farebbe supporre per le porte una forma trapezoidale e per la copertura l'inclinazione a carena con lastre sporgenti come nei corridoi di alcuni nuraghi recenti; oppure a doppia falda lignea, col frontone a timpano. L'archeologo Giovanni Spano, tratto in inganno dalla notizia che i muri erano saldati da malta e calce, fu portato a ritenere che si trattava di una costruzione di epoca romana, anche in considerazione della vicinanza di Domu 'e Urxìa con Cort'e Luccètta, la località in cui fu rinvenuta la notissima tavola di bronzo con l'iscrizione latina del 69 dopo Cristo. Ercole Contu, il quale ha fornito i dati del primo rilevamento, lo ritenne edificio religioso coevo col tempio di Santa Vittoria di Serri e risalente al VI secolo a.c., in analogia ai parere di Doro Levi e di Antonio Taramelli. Giovanni Lilliu lo interpreta come Tempio della Grande Madre Urgìa, signora del santuario, che perdonava volentieri gli abigeatari, e lo colloca verso la metà del II millennio a.c.. nel quadro della civiltà asiatica elladica. Ferruccio Barreca sostiene invece che questo edificio potrebbe essere la fedele applicazione dei canoni fondamentali dell'architettura siropalestinese e la data dovrebbe essere anche molto posteriore agli inizi del V secolo a. Cristo. Ancora oggi Dom'è Urxìa pone altri gravi problemi agli studiosi di antichità che restano stupefatti considerando questo monumento abnorme che apparentemente non ha niente a che fare con la solita forma dei nuraghi e che, per certi aspetti, potrebbe essere il risultato barbarico di forme di tempio a mègaron, in antis, elaborate nel centro montuoso della Sardegna, in un'area recessa e segregata, oppure esito di costruzioni fenicie, oppure interpretazione tarda di un megalitismo arcaico duro a morire, oppure anche - e questaa sarebbe una novità assoluta tra le altre ipotesi - un tempio di epoca molto anteriore, manifestazione della primordiale cultura isolana, la più remota della nostra civiltà.
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